mercoledì 16 aprile 2014

Enfante terrible

Tratto da Enfante terrible di Pier Giorgio Tomatis
Capitolo Uno/ Una piccola città Non so che cosa mi spinge a raccontare ciò che ho visto e sentito in quegli anni. Forse si tratta di un grave rimorso della coscienza. Certo non posso dimenticare che Villar Perosa è una piccola città della Val Chisone, a poche decine di chilometri da Torino, e molti sono convinti che per questo fatto non ci si possa aspettare grandi cose da essa. Alcuni scienziati e filosofi hanno determinato con approfonditi studi che c’è un nesso tra certi avvenimenti e la loro grandezza con il numero degli abitanti di un luogo. Secondo quanto affermano questi esimi e stimati professori le periferie delle grandi città non possono ospitare grandi eventi. Non sono d’accordo. Tuttavia, e me ne dispiace, non ho argomenti per controbattere tale tesi. La stessa storia che vi sto per narrare non fa parte dei cosiddetti grandi eventi. E’ uno spaccato di realtà di provincia in cui tutti sanno tutto di tutti. Anch’io. Di questa storia conosco tutto ciò che si mormora in paese ed anche di più. Una trentina d’anni orsono uno stimato professionista locale convolò a nozze con una ragazza poco più giovane di lui. I due innamorati si sposarono in chiesa il 4 di ottobre, giorno dedicato a San Alessandro d’Assisi. La cerimonia fu solenne. Il clima mite ed il sole illuminava il sagrato quasi a sottolineare una sorta di benedizione divina. I due sposi erano ben conosciuti in paese e tutti avevano voglia di far parte della grande festa. Villa De Carli tenne aperti i cancelli per tre intere giornate. Una ditta di catering era a completa disposizione degli ospiti dalla mattina, per colazione, fino a sera, per la cena a buffet. Un gruppo musicale, i Labirinto Twins di Piero Vallero allietavano i presenti con uno spettacolo di quindici minuti ogni ora. Non si badò a spese ma non fu questo che rese quel giorno degno di essere ricordato. Tutti in paese amavano la nuova signora De Carli e l’Architetto Tullio e l’aspetto consumistico della cerimonia non fece altro che confermare il legame esistente con i villaresi. Di li a qualche mese, un’altra buona notizia appassionò la comunità locale. La signora Elide mise in mostra un inequivocabile pancione e la città si preparò ad assistere ad un nuovo lieto evento. C’è da dire che dopo un inizio tranquillo questo quadretto idilliaco cominciò ad incrinarsi. La donna si mostrò sempre più affaticata e sofferente e le visite dal ginecologo di fiducia, il Dottor Palmese, si fecero sempre più frequenti. La gente si strinse attorno alla famiglia. I vicini di casa aiutarono la signora Elide nel travaglio e le amiche più care, praticamente, pernottavano a Villa De Carli. Più ci si avvicinava alla meta, più le sofferenze della donna si facevano assai serie e preoccupanti. Vennero consultati anche altri medici specialisti ma tutti confermarono che non si era giunti a superare il livello di guardia. La signora Elide doveva elevare da sola la propria soglia del dolore e affrontare il parto con più coraggio e determinazione. Quasi avesse sentito queste parole, il 2 di settembre nacque un bambino: una femmina di 2,720 chilogrammi. Le fu dato il nome di Marina. L’idea nacque quando la portarono in piscina. Entrambi i genitori erano convinti sostenitori della idroterapia???? e vollero immergere la bimba in acqua fin dalla nascita. Come il tenero cucciolo scoprì quel nuovo elemento si mosse con una rapidità ed una precisione da sembrare che fosse nata per nuotare. I genitori si inorgoglirono e sembrava che nulla potesse turbare la loro felicità. Con la crescita la bimba mostrò buona capacità nello studio ed una particolare predilezione per gli animali. Gatti, cani, cavalli, Villa De Carli cominciò a sembrare più un luogo di allevamento che la dimora di una famiglia di ceto medio-alto. I primi insegnanti della bambina erano entusiasti. Lei apprendeva con facilità e si applicava in ogni materia. Nessuno seppe però spiegare ai coniugi De Carli il motivo per cui Marina legasse più con gli animali e lo studio che con gli altri coetanei. La spiegazione più ricorrente era quella di un carattere ancora acerbo, riservato, introverso e timido. Alla tenera età di sei anni si perse nel bosco e tenne in ansia il paese per quasi due ore. Venne ritrovata in un piccolo anfratto nella roccia, una sorta di ossario dove gli animali andavano a morire. La bimba si mostrò spaventata ed in pena e il suo commovente abbraccio ai genitori fu immortalato in una foto che finì in prima pagina su tutti e due i settimanali locali del pinerolese. Nessuno sembrò dare peso al luogo del ritrovamento reso drammatico dalla presenza di tutti quegli animali. I soccorritori non pensarono di controllare minuziosamente quel tratto di terreno e dedurre che cosa potesse essere accaduto. Dopotutto, la bambina era stata ritrovata, non era stata sporta alcuna denuncia e nemmeno l’ASL locale ritenne importante delimitare l’accesso ad una zona piena di carogne di animali. Nessuno diede peso alla cosa. Tranne Danilo Tacchino. Villarese DOC, allevatore e pastore, lui conosceva molto bene la natura e gli animali. Tutti gli riconoscevano un autentico fiuto tanto che se si perdeva qualche bestia tra i boschi era sempre in grado di ritrovarla. Senza l’aiuto dei cani. Scovava le tracce, annusava gli odori, Danilo fu d’aiuto nel ritrovamento e quando l’attenzione fu rivolta verso la bambina diede un’occhiata alle tracce, alle carogne, per ricostruire l’accaduto. Notò subito che la morte di ogni bestia risaliva a pochissimo tempo prima e questo particolare lo inquietò parecchio. Quale animale era in grado di ferire mortalmente sei roditori, tredici uccelli, due capretti senza percepire la presenza di un essere umano indifeso a poca distanza? Se non c’era alcun segno di denti, di morsi, come era stato possibile spezzare ali, zampe, colli? Difficile pensare ad un istinto suicida collettivo. Danilo cercò per anni una soluzione al suo dilemma e poco prima di morire mi confidò che in cuor suo aveva sempre immaginato quale fosse la terribile risposta.